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Cava Grande del Cassibile | Print |  E-mail
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Il tavolato calcareo Ibleo è fittamente inciso da profonde valli, dei veri e propri canyon, che si chiamano “cave” e fra le più interessanti e spettacolari c’è sicuramente la Cava Grande del Cassibile.

La Riserva Naturale Orientata di Cava Grande, istituita nel marzo 1984, e dopo varie traversie si è arrivati al 1990, per essere definitivamente riconosciuta area di interesse naturalistico e scientifico. Si estende in territorio di Avola, Siracusa e Noto per 2696 ettari, ed è affidata in gestione all’Azienda Forestale Demaniale.

Semza ombra di dubbio è una delle meraviglie della Sicilia, un luogo dove contemporaneamente si possono scoprire una natura quasi incontaminata e tracce dell’uomo, sin dal Neolitico.
In questa impressionante fenditura del tavolato, inciso dal fiume Cassibile nel suo alto e medio corso, lunga circa dieci chilometri, larga in alcuni punti circa uno e profonda in alcuni tratti fino a circa trecento metri, scorre l’antico Kakyparis dei greci, che continua ad erodere con le sue stupende acque cristalline, formando le cosiddette marmitte dei giganti (erosione dovuta ai sassi portati dalla corrente, che ne loro giro vorticoso erodono la roccia formando delle conche circolari) e dei piccoli e profondi laghetti.
In tutti gli Iblei, probabilmente, non vi è un altro ambiente di così drammatica e selvaggia bellezza naturale, come il canyon inciso dal fiume Cassibile nel suo alto e medio corso.
 
Sfruttando il naturale sito, difeso dalle inaccessibili pareti a strapiombo della cava e la vicinanza dell’acqua, i Siculi, primi abitatori che si conoscono di questo stupendo luogo, vi hanno costruito due villaggi rupestri, due veri nidi d’aquila, ancora oggi difficili da raggiungere divenuti ormai parte del paesaggio.
Intorno al XIII sec. a.C. delle popolazioni della Sicilia sud-orientale, forse spinte da genti italiche più agguerrite, preferirono rifugiarsi in questi luoghi impervi e ben difesi.
Si conoscono almeno due villaggi rupestri, quello settentrionale che si nota subito appena ci si affaccia dal belvedere,  e quello meridionale, quasi di fronte.
Il primo risale ai secoli X-XI a.C., secondo per suggestione solo a Pantalica, in cui si trovano centinaia di tombe a grotticella e gli ipogei paleocristiani scavati nelle pareti in posizioni incredibili, disposti uno a fianco dell’altro, su ben sei differenti livelli paralleli. Quello meridionale, non meno suggestivo del primo è situato alla sinistra del belvedere.
Infine lungo il percorso del fiume si notano molteplici tombe scavate nella roccia.

Le tombe sono quasi tutte a grotticella, a pianta rettangolare o ellittica, con breve corridoio di accesso, dove i defunti venivano disposti in posizione fetale. Successivamente questi luoghi sono stati sfruttati, fino alla prima metà del secolo scorso, infatti poco sopra i laghetti si trovava un monastero, del quale si notano ancora delle rovine e le case di alcune famiglie di Canicattini come i Bombaci e gli Uccello, che traevano il sostentamento dalla produzione di ulivi, carrube e mandorle.

La Riserva tutela questa impressionante fenditura dove si trova il platano orientale allo stato naturale, che scomparso in altri fiumi siciliani come il Platani, che ironicamente ne riporta il nome, e raro in altri, solo qui si trova nella sua maggiore estensione e proprio per questo meritevole di conservazione, così come ha ritenuto opportuno la Società Botanica italiana.
In alcuni tratti si trovano esemplari secolari che hanno un tronco del diametro superiore ai due metri.
Scendere sul fondo della cava significa isolarsi totalmente ed entrare in un ambiente fatto solo di rivoli d’acqua, rocce a strapiombo e presenze quasi invisibili di uccelli nel folto della macchia. Sui fianchi della cava la vegetazione è piuttosto povera, a causa dei frequenti incendi che le devastano ed è caratterizzata da ampie estensioni di ampelodesma, pochi tratti di lecceta ed esemplari isolati di pino probabilmente di origine spontanea.
Lungo il fiume cresce una sottile ma fitta fascia di bosco, dominata dal “platano orientale” e macchiata da colorate fioriture di oleandro, salici, pioppi, carpini e frassini e il profumato mirto. A queste piante d’alto fusto si associa un sottobosco di cespugliose aromatiche come la ruta, la salvia, l’origano, la mentuccia, il rosmarino e nei luoghi più umidi la felce, l’equiseto e il capelvenere.
Tipica è anche la presenza di ciclamino, lo smilace, scilla, asfodelo, l’euforbia arborea, la palma nana, la ginestra spinosa e l’immancabile ampelodesma, mentre sulle ripide pareti si possono notare alcune specie rupicole come la putoria, l’erica, l’elicrisio e la scabiosa.
Bellissime in primavera le fioriture di orchidee, delle quali se ne trovano diverse specie, e alcune specie di ofridi, del giaggiolo, della castagnola, della barlia e sulle rupi, nelle zone esposte si trovano le rupicole come erica, putoria e l’elicrisio, mentre nelle zone più ombrose fa bella mostra il trachelio e la cimbalaria.
Fra gli animali oltre alla volpe si trovano conigli, istrice, martora, ghiro e donnola, infine, nelle acque si possono trovare oltre ai granchi, rane e rospi, alcune varietà di pesci e la natrice dal collare.
La fauna della cava è molto schiva: la poiana ed il corvo imperiale volteggiano nel cielo, gli storni neri ed il passero solitario lanciano richiami dalle rocce, gli usignoli di fiume, le capinere ed i merli marcano il loro territorio nel fondovalle, non manca il coloratissimo martin pescatore e le beccacce. Fra i rettili presenti sono il colubro leopardiano, il biacco, la vipera, la lucertola e il colorato ramarro.
Nel fondo della valle, dove scorrono acque limpide e cristalline, si aprono ad ogni passo paesaggi sempre nuovi ed ambienti naturali intatti e pieni di vita, ben lontani dalle immagini tipiche di una Sicilia arida e aspra.
 
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